|
Pollicino raccontato da un fratello
Che fatica ogni giorno andare col babbo, la mamma e i fratelli a raccogliere fascine. Lo so, sono un po’ pigro, ma che ci posso fare, forse sarà perché sono nato e rimasto grassottello, anche se in verità non è che si mangiasse spesso nella mia famiglia fino a poco tempo fa. Eravamo tanti, nove in tutto, e c’erano davvero pochi soldi. Comunque voglio raccontarvi cosa ci è successo che ha causato una svolta nella nostra vita. Come dicevo eravamo poveri e affamati, per cui una sera il babbo comunicò alla mamma che per affrontare questo perioduccio bisognava abbandonare noi figli. La mamma provò a protestare, ma la decisione era stata ormai presa. Tutto ciò lo venimmo a sapere da nostro fratello minore Pollicino, che era cresciuto poco di fisico, ma di cervello batteva e batte ancora tutti noi messi insieme. E vi spiego il perché. La prima volta che i nostri cari (!) ci lasciarono soli nel bosco, riuscimmo a ritrovare la strada verso casa perché quel dritto di Pollicino aveva disseminato sassolini bianchi per tutto il tragitto. La seconda volta invece, non avendo i sassolini (mica poteva sapere che il babbo e la mamma avrebbero ancora riprovato ad abbandonarci) aveva lasciato cadere i pezzetti del suo panino, ma gli uccellini se n’erano serviti alla grande (e ci credo, anche io lo avrei fatto se fossi stato un uccellino !). Così ci ritrovammo un tantino disperati e spaventati. Avevamo paura dei lupi, eravamo carne tenera, perbacco! Pollicino, s’arrampicò su un albero e vide la luce di una casa lontana, allora cominciammo a correre su e giù per la foresta. Finalmente arrivati, bussammo e una donna triste ci aprì. Quando sentì il nostro problema, dapprima si commosse, poi si rattristò di nuovo e ci consigliò di non fermarsi da lei, perché suo marito era un orco mangione di ciccia fresca e possibilmente tenera. Era sicura che ci avrebbe divorato anche perché era un po’ che si cibava di carne di montone e suino attempati. Non sapevamo che fare, ma Pollicino insistette di rimanere e allora la signora ci fece nascondere sotto una botola del pavimento. Proprio allora si sentirono i passi pesanti dell’orco che rincasava. Aveva sulle spalle un cervo e un cinghiale morti sgozzati. Mentre stava mangiando gli sembrò di sentire un odore particolare. Assomigliava, disse, a quello delle sue giovani figliole orchesse, ma più umano. E poi era già stato al piano di sopra a dar loro la buona notte prima che si mettessero a letto. Che paura ci prese quando la botola si aprì e ce lo trovammo sopra ! La moglie gli consigliò di aspettare di mangiarci il giorno dopo, eravamo così secchi (meno male che io non ero stato notato!) . Così ci fu dato cibo in abbondanza, che, tranne me, nessun altro apprezzò, forse perché bloccati dalla paura ( a me viene di mangiare, quando ho paura, chissà perché ). Poi la signora ci accompagnò di sopra e ci disse di allungarci nel lettone accanto a quello delle figlie che come al solito s’erano ammassate tutte insieme in uno solo. Dormite ora, ci disse, e domattina vedremo che cosa si può fare. Era buio e ogni tanto si sentiva un tintinnare metallico. Allora andai a vedere che cos’era che faceva questo rumore. Dissi a Pollicino che le orchessine avevano in testa delle coroncine, per cui quando si giravano, battevano l’una sull’altra. Per fortuna dormivano, perché anche loro facevano parte della famiglia degli orchi! Pollicino allora ebbe un’idea geniale e decise di sostituire le coroncine con i nostri cappelli, mentre a noi tutti mise in testa le coroncine delle orchesse bambine . Poco dopo arrivò l’orco, io stavo quasi per prendere sonno, ma mi risvegliai e rimasi fermo come un sasso per la paura. Mi sentii toccare la testa, anzi la coroncina, ma niente più. Poi vidi l’ombra dell’orco andare verso il lettone dove dormivano le figlie e sicuro che fossimo noi, con un coltellaccio tagliò loro la gola. Soddisfatto d’essersi preparata la colazione per il giorno dopo, ridiscese le scale e andò a dormire. Che orrore! A quel punto Pollicino ci scosse e ci chiamò a voce bassa e tremante. Dovevamo scappare prima che l’orco s’accorgesse dell’errore. Aprimmo la finestra e ci buttammo giù dal tetto, atterrando dentro il carro dell’orco che era carico di fieno. Una volta a terra cominciammo a correre a gambe levate fino all’alba, poi stremati ci addormentammo dentro una grotta che conoscevamo bene perché era non lontana dalla nostra casa. La mattina la moglie dell’orco fece l‘orripilante scoperta e svenne all’istante, l’orco infuriato si mise gli stivali delle 7 leghe e partì alla nostra ricerca. Era vicino al nostro nascondiglio quando decise di riposarsi un po’. Aveva bevuto tanto vino la sera prima! Allora Pollicino uscì dalla grotta, gli tolse gli stivali magici e se li mise, mentre noi sei, ce la davamo a gambe levate verso casa. Quasi volando mio fratello tornò dalla moglie dell’orco, si fece dare tutto l’oro che aveva per pagare il riscatto ai malviventi che avevano rapito l’orco, così le disse, e tornò volando con gli stivali a casa dove nessuno di noi soffrì più la fame. E l’orco? L’orco si ritrovò legato a sette alberi e morì del solletico che le bestiole del bosco gli fecero fino all’ultimo suo respiro. Ci fu carne a disposizione per tutti gli animali per dieci anni ancora.
|